Sentieri Archeologici Alternativi - A cura di Lydia Conte
Il territorio di Partanna con le sue ricchezze culturali costituisce oggi un vero e proprio parco archeologico con una sua peculiare identità che investe le più remote testimonianze della nostra preistoria. Il concetto di parco archeologico, ricco di forti valenze culturali, diviene così una realtà autonoma capace di raccontare, mediante le sempre più frequenti scoperte, la storia di ogni sua più piccola testimonianza. Il termine "alternativo" affidato ai sentieri archeologici vuole così sottolineare la distanza enorme che esiste tra il turismo culturale "di massa" oggi sempre più legato al "mordi e fuggi", ad una fruizione che troppo spesso si basa sulla spettacolarità del bene, contro la ricostruzione di un filo conduttore che il visitatore è invitato a percorrere mediante un vero e proprio modo di pensare e di rapportarsi con delle testimonianze di cui va ricercato il più profondo significato.
Vengono qui presentati dei semplici itinerari, di diverso grado di difficoltà, che tra le suggestive bellezze naturalistiche del paesaggio, propongono un percorso sia fisico che culturale attraverso le testimonianze tangibili lasciate dall'uomo: strutture insediamentali, grandi opere di ingegneria del passato, necropoli, santuari... per confluire nel prezioso museo archeologico della preistoria, custode delle ricchezze del territorio.
Antiche Tracce In Città
Grado di difficoltà: basso
Villaggio della media età del bronzo U.T.C.
Tomba eneolitica di via Vittorio Emanuele
Museo Archeologico della Preistoria del Basso Belice (Castello Grifeo)
Nel cuore della città di Partanna, non lontano dalla Chiesa Madre e a ridosso della via principale, il Corso Vittorio Emanuele, si trova il sito preistorico denominato U.T.C. dal nome dell'Ufficio Tecnico Comunale. All'interno dell'atrio dell'ufficio suddetto, nel 1998, sono stati rinvenuti i resti di capanne risalenti alla media età del bronzo databili dunque tra la fine del XV e l'inizio del XIII secolo a.C.. L'insediamento dell'U.T.C., o meglio ciò che si è salvato dal passare dei millenni, è stato riportato in luce nel corso di uno scavo di somma urgenza (eseguito da una équipe di studenti di un campo scuola, sotto il coordinamento scientifico del prof. Sebastiano Tusa) e dimostra, ancora una volta, la ricchezza di rinvenimenti archeologici nella zona di Partanna, dove numerosi dovevano essere un tempo gli insediamenti di tale entità ed importanza. Ad un primissimo sguardo, le tre capanne scavate nella tenera calcarenite possono anche non suscitare nel visitatore sensazioni di pura bellezza artistica; ciò che occorre fare, quando si visita questo sito particolare, è farsi trasportare in un lungo viaggio nel tempo della preistoria, verso i percorsi di vita dei nostri progenitori, per capire dove e soprattutto come essi vivessero. Tra le scoperte più interessanti sicuramente vi sono i numerosi focolari e le piastre di cottura che denotano un costante utilizzo delle strutture per le pratiche di vita quotidiana; altro dato importante è costituito dall'alto numero di ossa animali combuste e rotte, resti di pasto dunque consumati sul posto. Sull'ipotesi di una univoca funzionalità del sito, particolare anche per la notevole rientranza delle pareti superstiti, si studia ancora oggi; in fase di studio sono inoltre i reperti ceramici che datano il sito alla facies della media età del bronzo di Thapsos (Siracusa), sito eponimo che si trova sulla costa sud-orientale della Sicilia. I reperti ceramici e faunistici del sito sono ora in esposizione permanente al Museo Archeologico della Preistoria del Basso Belice di Partanna.
Alle spalle del sito dell'U.T.C., sul Corso Vittorio Emanuele,al civico 68, in proprietà Cannia a Partanna, è possibile visitare una tomba eneolitica in pieno centro storico, risalente alla facies di San Cono- Piano Notaro, databile dunque alla seconda metà del IV- prima metà del III millennio a.C. La tomba di via Vittorio Emanuele, scavata nel 1991 dalla Soprintendenza di Trapani deve la sua eccezionale importanza al fatto che al suo interno, assolutamente inviolata, è stata rinvenuta una inumazione singola provvista del relativo corredo funerario. L'inumato si trovava in posizione rannicchiata, con le gambe rivolte all'indietro ed il cranio poggiato su un cuscino ricavato dal banco roccioso. Sia le ossa dell'inumato che il piano di deposizione erano cosparsi di ocra rossa. La sepoltura a grotticella o a forno si inquadra nella tipologia della necropoli di Tranchina, nei pressi di Sciacca, ed in particolare all'orizzonte più antico caratterizzato da deposizioni singole. Il banco calcarenitico è di natura tufacea ed ha consistenza molto friabile tanto che al momento del ritrovamento l'inumazione era quasi totalmente ricoperta da detriti calcarenitici caduti dalla volta. Il corredo ceramico ed i due frammenti d'ocra della deposizione si trovano ora in esposizione permanente al Museo Archeologico della Preistoria del Basso Belice di Partanna.
Il museo si trova all’inizio del corso Vittorio Emanuele, all’interno delle sale recentemente restaurate del Castello Grifeo. Al suo interno è stata allestita l’esposizione permanente della collezione archeologica proveniente dagli scavi effettuati nel territorio di Partanna. La collezione comprende numerosi reperti datati dal paleolitico inferiore al neolitico, rappresentato dalla ricca sequenza proveniente dal fossato neolitico di Stretto, all’età del rame, del bronzo, del ferro fino a concludersi con i reperti di età storica. Oltre all’importanza della collezione, la bellezza del luogo che la ospita, il grande e raffinato castello, fortificato ma aperto sul panorama delle valli sottostanti con ampi terrazzi e giardini, rappresenta un ulteriore incentivo alla sua visita.
Antiche Tracce In Città
Grado di difficoltà: medio-alto
Necropoli di contrada Donzelle
Santuario di Capo d'Acqua
Torre Donzelle è un toponimo che indica i resti di una torre risalente al XVI secolo, trasformata oggi in casa rurale, situata a poche centinaia di metri dallo Stretto. Ad Est della casa emerge un costone roccioso costituito da calcareniti sabbiose, molto simile a quello del vicino Stretto. Nella parte terminale di questo sono presenti delle cavità, alcune inaccessibili altre violate in antico. La tomba A, detta “tomba delle colonne” si inquadra nella ben nota cultura di Castelluccio (2200 - 1400 a.C.). Si tratta di una tomba monumentale ipogeica con un lungo dromos (corridoio) di accesso, sei colonne ricavate a risparmio all'ingresso e cella pavimentata con lastre di pietra. Una parte del ricchissimo corredo è stato recuperato nonostante la tomba fosse già stata oggetto di scavi clandestini. La decorazione dipinta di stile castellucciano occidentale si trova anche su superfici che richiamano Malpasso; la decorazione a pointillé, propria dello stile Campaniforme, è applicata a forme del tutto diverse. La tomba B, a una decina di metri dalla precedente, è stata interamente scavata da Giovanni Mannino ed è stato recuperato tutto il materiale di corredo perché sigillato dal crollo della volta. La tomba è ipogeica, a pianta circolare e all'ingresso presenta le scanalature per l'alloggio del portello. Il materiale è inquadrabile nella cultura di Pantalica Nord e per la Sicilia occidentale in quella di Mokarta, dunque nell'età del bronzo finale o recente (1250-1050 a.C. secondo S. Tusa). Un ulteriore tentativo di ripristino e recupero del sito è stato effettuato nel mese di Agosto del 2000, da una equipe di scavo di un campo scuola, organizzato dalla “SYS Piccola Società Cooperativa a.r.l.” e sotto la direzione scientifica del prof. Sebastiano Tusa. Nel corso dei lavori di pulitura di una terza tomba, a pochi metri dalla tomba B, purtroppo totalmente saccheggiata, è stato rinvenuto un frammento di un pettine in osso decorato da incisione a cerchielli analogo, per motivi decorativi, al pettine in avorio trovato presso Marcita (Castelvetrano, Trapani) all'interno di una tomba/ossario (tomba C) databile all'antica età del bronzo. La decorazione dell'esemplare di Marcita trova analogie nella cerchia del campaniforme in Sardegna, nella Grecia mesoelladica e micenea, ma soprattutto nel Mediterraneo orientale con i centri di produzione dell'avorio di Megiddo, Beisan, Hama.
In contrada Capo d’Acqua, sulla cresta calcarenitica posta a monte rispetto il sito neolitico di Stretto, a Nord-Ovest dello stesso, si trovano alcune tombe scavate nella calcarenite risalenti all'antica età del bronzo (2200- 1800 a.C.); fra queste una in particolare ha suscitato un grande interesse per le sue caratteristiche morfologiche e funzionali. La tomba presenta due grotticelle scavate nella roccia, non comunicanti fra loro, con il piano roccioso posto su due livelli diversi.
A parte decine di perline scivolate su più livelli della sepoltura e una lama di ossidiana, l'unico elemento di corredo diagnostico ritrovato consente una datazione della sepoltura alla facies di Naro-Partanna ovvero a quel particolare aspetto regionale occidentale della cultura di Castelluccio risalente all'antico bronzo (2200- 1400 a.C.). La particolarità che catturò l’attenzione degli archeologi durante la fase di scavo conclusiva della deposizione funeraria, fu la continuità del banco calcarenitico che proseguiva al di sotto del più antico piano roccioso di inumazione, quasi a formare un secondo ambiente ad un livello inferiore. In realtà la rimozione di un altro strato terroso al di sotto del piano tombale, mise subito in luce non un ambiente bensì una depressione naturale con molta probabilità scavata ed allargata dall'uomo.
E' stato possibile avanzare qualche ipotesi sulla funzione della depressione nel momento in cui, al suo interno, poggiato su una parete, è stato rinvenuto un grosso vaso, alto quasi 70 cm, dal fondo concavo, dalla singolare forma ovalizzata della bocca, decorato da una serie di bottoni plastici e con diverse anse su tutto il corpo. Al suo interno sono stati recuperati frammenti ceramici, fra cui una ciotola ansata frammentaria decorata nello stile di Naro-Partanna, diversi ciottoli combusti, carboni, cenere, resti faunistici bruciati e denti di capra. Singolare anche il ritrovamento di un cranio quasi intatto di gatto e di frammenti di un secondo cranio dello stesso animale. Inoltre accanto al vaso, proprio all'altezza dell'orlo, sono state recuperate un'ascia votiva ed una immanicatura (forse di trapano o punteruolo) che potrebbero fare luce sull'ipotesi dell'esistenza di un luogo sacro.
La presenza di un piccolo canale sul fondo della depressione, canale sicuramente collegato ad altri ambienti sottostanti la vasca, ha fatto supporre la presenza in passato di una risorgiva, ipotesi non del tutto infondata se pensiamo al toponimo di Capo d'Acqua. Ammettendo dunque l'attività di una sorgiva nel luogo, la depressione si potrebbe presentare come una grossa vasca parzialmente scavata dall'uomo e preposta alla raccolta delle acque, un luogo dove attingere comodamente l'acqua sgorgante dalla sorgente.
Antiche Tracce In Città
Grado di difficoltà: alto
Itinerario naturalistico-archeologico del Castello della Pietra
L'ultimo itinerario si svolge al Castello della Pietra, un'isola naturalistica immersa in uno scenario di sconvolgente bellezza, sul fianco sinistro della valle, in territorio di Castelvetrano, poco lontano dalla foce del fiume Belice. Il sito prende nome da un castello di epoca normanna, di cui rimangono ora solo tratti di mura, eretto sullo strapiombo del lembo più meridionale dello sperone roccioso. In realtà il sito del Castello è una lunga valle modellata dal corso di un affluente del fiume Belice, che ne ha scolpito i contorni conferendole una particolare bellezza. Qui fioriscono specie di piante ormai non più esistenti altrove; volpi, istrici, donnole, faine, uccelli trovano qui un habitat incontaminato tra i numerosi anfratti della roccia. Le prime testimonianze della frequentazione umana risalgono al Paleolitico Superiore e sono attestate dalla presenza di numerosi ripari sotto roccia; ma le caratteristiche naturali del sito hanno certamente richiamato in diversi periodi della preistoria nuclei di genti che qui hanno lasciato la loro impronta: sul pianoro certe sono le tracce di un abitato risalente al Neolitico finale (IV millennio a.C.) così come è documentata l'esistenza di un insediamento dell'età del bronzo e del ferro. Il Castello della Pietra costituisce oggi il riflesso di quell'antico paesaggio ormai irrimediabilmente perso che doveva caratterizzare tutto il basso Belice, un'isola incontaminata che vale la pena di visitare per rimanere avvinti dalla sua naturale bellezza.
Lydia Conte

